Piuarch

Germán Fuenmayor di PIUARCH

www.piuarch.it

1. Qual'è la mission di un architetto? 

Credo che sia un po' "Mission Impossible", ma che valga la pena provarci. Carlos Raùl Villanueva diceva che "l'Architettura è Atto Sociale per eccelllenza, Arte Utilitaria, come proiezione della Vita stessa, legata a problemi economici e sociali e non soltanto a norme estetiche. (...) Per essa, la forma non è la cosa più importante: La sua principale missione: Risolvere fatti umani" Questa complessità di fattori rende ancora più difficile quest'obiettivo, quasi impossibile, appunto, ma è la somma di piccoli sforzi a fare la differenza. Con questo voglio dire che la nostra missione non è eroica ne tantomeno da martiri, ma sta nelle piccole azioni quotidiane che aiutano a "risolvere fatti umani".

2. Vincere il premio "architetto italiano 2013" rappresenta un punto di arrivo o di partenza?

In un certo senso, rappresenta entrambi le situazioni. È l'occasione per farci una fotografia, per riflettere su quello che abbiamo fatto e per tracciare una via per i prossimi anni. A cosa servono i premi se non a farci pensare?. Premiare un collettivo come il nostro significa aver apprezzato una delle virtù del nostro studio, aver colto che sotto lo stesso tetto convivono diverse realtà. Per questo abbiamo strutturato un progetto con l'obiettivo di renderci utili, non solo nel mondo del costruito ma anche a scala civile e sociale. In questo paese deve essere riconosciuto il senso civico e le nostre città si possono cambiare solo partendo dal piccolo. Cerchiamo di creare spazi per la comunità e attivare un think tank per il territorio, un progetto condiviso e partecipato. Siamo partiti dal nostro ufficio e lavoriamo sul contesto sociale e urbano in cui opera lo studio, nel quartiere Brera. Pensiamo alla realizzazione di un orto sul tetto. Un'iniziativa che ha più obiettivi; quello energetico, paesaggistico, di autoproduzione. Lo spirito è quindi quello di cominiciare dal particolare per allargare la visione alle corti circostanti, alle strade del quartiere, intercettando un tema caro a Milano in previsione di Expo2015, che si tradurrà in un progetto urbano e sociale, auspicando magari in un meccanismo virale di emulazione.

3. Le vostre facciate sono spesso di forte carattere e frutto di ricerca, possiamo dire che sono specchio degli interni, o viceversa?

Anche se c'è un rapporto indissolubile tra interno ed esterno, le nostre facciate assumono più il ruolo di una pelle. Sono delle membrane con multipli funzioni, dalla protezione dell'interno al filtro della luce, ma non solo; a volte attraverso la sovrapposizione di linguaggi cerchiamo una contaminazione interdisciplinare, utilizando elementi derivanti dal mondo dell'arte. Ci siamo interessati ai lavori condotti dagli artisti del cinetismo nella seconda metà del Novecento, come Carlos Cruz-Diez o Jesús Soto. Ad esempio il trattamento della facciata del Metropol a Milano parte dal principio della mutazione dell’opera stessa a partire dallo spostamento del punto di vista dell’osservatore. In questo caso, una serie di lamelle metalliche torte sull’asse coprono e scoprono sezioni della pelle retrostante che cambia con il movimento dei passanti, in particolare i viaggiatori della linea tranviaria che passa di fronte. L’effetto cinetico viene accentuato dalla vibrazione prodotta dalle variazioni della luce. Al tempo stesso, cerchiamo di dare una risposta fortemente vincolata al contesto, che tenda a instaurare un dialogo tra questo e le forme espressive dell’edificio, dove la facciata ha il ruolo predominate d'interfaccia.

4. Cosa non può mancare in uno studio di architettura

Il Caffè!... E poi, una buona dose di passione, dedizione e voglia di fare. Tutto con un approccio discreto e responsabile del mestiere. Un'altra cosa che secondo me non dovrebbe mancare è il punto di vista "dell'altro". Spesso gli studi sono incentrati su una figura egemonica. Essendo un gruppo, siamo abituati a far convivere sotto un tetto comune, esperienze provenienti da vissuti molto diversi, che per noi costituiscono un punto di forza e di arricchimento. Siamo partiti in quattro, oggi siamo un gruppo di circa quaranta persone, e devo dire che lo spirito è ancora quello degli inizi. Lo spazio dove lavoriamo, che trovo molto bello a al quale siamo legati affettivamente, considerando il fatto che l'abbiamo modellato partendo da un rudere, ci rispecchia molto. E un magazzino nel cuore di Brera, a volte un po' caotico, ma con quella caratteristica molto italiana di trasformare la confusione in concretezza. Un grande spazio senza divisioni e con grandi tavoli in torno ai quali si lavora, si disegna, si costruiscono plastici, si fanno le riunioni, si mangia e si prende... il caffè.

1. What is the "mission" of an architect?

I think it is a bit "Mission Impossible", but it's worth a try. Carlos Raùl Villanueva said that “Architecture is a social act par excellence, utility art as a projection of life itself, linked to economic and social problems and not just aesthetic standards. (...) For it, the form is not the most important part. Its main mission: to resolve human acts.” This combination of factors makes the goal even more difficult, almost impossible in fact, but it is the sum of small efforts that makes a difference. By this I mean that our mission is not a heroic one, nor that of a martyr, but it is in the small daily actions that help to "resolve human acts".

2. Your firm won the award for "Italian architect of 2013". Does this represent the conclusion or the beginning?

In a way, it represents both situations. It is an opportunity for us to take a snapshot, to reflect on what we have done and to make a plan for the upcoming years. What are prizes for if not to make us stop and think? Rewarding a collective like ours means having appreciated one of the virtues of our office; that different realities can exist under the same roof. It’s for this reason that our goal is to be practical, not only in the world of the built environment but also at the scale of civil society. In this country, our sense of civic duty must be recognized. Our cities can only be changed by starting small. We aim to create functional spaces for the community and initiate think tanks for the local area, a shared and participatory project. We started from our office, working on the social and urban context in which it operates - the Brera district of Milan. We're thinking about creating a vegetable garden on the roof. An initiative that has multiple dimensions: energy, landscape and self-sufficient living. The idea is that with this one example we can begin to broaden the vision of the surrounding courtyards and the streets of the local neighborhood. At the same time, we are converging with an important theme for Milan in the build up to Expo 2015, which will hopefully result in a project that is both urban and social, perhaps even a mechanism of viral emulation.

3. The façades are often strong in character and rich in research. Could we say that they are a mirror of the interior, or vice versa?

Although there is an irrefutable link between the inside and outside, our façades take on more of the role of a skin. They are membranes with multiple functions, from protecting the interior to filtering light, but that’s not all. Sometimes through superimposing different styles ​we try to contaminate different disciplines, such as using elements from the art world. We became very interested in the work of the Kinetic artists from the second half of the twentieth century, such as Carlos Cruz-Diez and Jesús Soto. For example, the treatment of the façade of the Metropol - the Milan headquarters of Dolce&Gabbana - is based on the principle of its mutation with the displacement of the observer’s point of view. In this case, a series of metal blinds twist on their axis to cover and uncover sections of the skin underneath, which changes with the movement of passers-by, in particular with the trams that pass in front. The kinetic effect is accentuated by the vibration produced by the light variations. At the same time, we try to give a response that is strongly connected to the context, which tends to establish a dialogue between the surroundings and the expressive form of the building, where the façade has the predominant role of interface.

 

4. What can’t you live without in an architectural office?

Il Caffè! ...and then a good dose of passion, dedication and desire. All with a discreet and responsible approach to the profession. Another thing that I think should not be forgotten is the point of view of "the other”. Often offices are focused on a hegemonic figure. As a collective, we are used to bringing together knowledge and skills from very different experiences under a shared roof, which for us are a source of strength and enrichment. We started with four of us; we are now a group of about forty people, and I must say that the spirit is still that of the beginning. The space where we work, which I think is very beautiful, and to which we are emotionally tied to - considering the fact that we converted it from a ruin - reflects us a lot. It’s a warehouse in the heart of Brera, sometimes a bit chaotic, but with that very Italian feature of being able to transform confusion into pragmatism. A great space without divisions and with large tables in the back where you work, draw, build models, have meetings, eat and... have a coffee.

 

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